
Césaire, che è stato sindaco della capitale martinicana Fort-de-France per più di mezzo secolo — dal 1945 al 2001 –, era stato ricoverato in ospedale la scorsa settimana per problemi cardiaci.
Le sue opere raccontano delle imposizioni subite dai popoli coloniali di diverse origini agli inizi del 20esimo secolo, e dei tentativi della Francia di assimilare le genti di colore alla propria cultura.
Temi che risuonano ancora nella vita politica della Francia, che anche oggi affronta il problema dell’integrazione dei suoi cittadini di origine africana.
Il cantore della négritude non ha mai rinunciato completamente alla politica, neanche negli ultimi anni della sua vita: nel 2005, Césaire si è rifiutato di incontrare l’allora ministro dell’Interno Nicholas Sarkozy, a causa del sostegno del suo partito, l’Ump, a una legge che proponeva di riconoscere l’eredità positiva lasciata dal dominio coloniale francese, provvedimento successivamente abrogato.
Césaire fondò nel 1934 L’Etudiant Noir, rivista che incoraggiava le popolazioni di colore alla presa di coscienza della propria identità. Co-fondatore della rivista fu l’intellettuale africano Leopold Senghor, divenuto poi presidente del Senegal.
Voce anti-coloniale degli anni Sessanta, l’autore caraibico divenne famoso per il suo Diario del ritorno al paese natale, scritto alla fine degli anni Trenta, in cui si legge “la mia negritude non è una torre né una cattedrale, ma affonda le sue radici nella rossa carne della mia terra”.
Le sue poesie esprimono le condizioni della popolazione di colore dei Caraibi e descrivono la riscoperta di un senso di identità africana. In Discorso sul colonialismo, pubblicato nel 1950, Césaire paragona il rapporto tra coloni e colonizzati a quello che c’era tra i nazisti e le loro vittime.

Giovedì scorso, 13 dicembre, i legislatori dello stato, nel nord-est degli USA, hanno approvato con 44 voti contro 36 l’abolizione della pena capitale. Il governatore democratico Jon Corzine ha reso noto che la misurà sarà ratificata nel corso della prossima settimana.
Siamo sicuri che il pugno di ferro contro la microcriminalità non risulti alla lunga controproducente dal punto di vista della sicurezza, dando origine a metrocittadelle”museali” fortificate – giganteschi mall en plein air, gestiti da un coacervo di società miste, fior fiore dell’inefficienza del settore pubblico e della rapacità di quello privato – circondate da territori suburbani o extraurbani trasformati in una sorta di macchia per i nuovi briganti, punteggiata magari di paesi presidiati da vigilantes con il grilletto facile? Il progetto prevede forme repressive anche contro chi in altre forme esprime il disagio sociale, come writer o centri sociali, oppure lo subisce, come i tossicodipendenti poveri. Quale sarà la prossima mossa? Il divieto di libera circolazione in alcune zone del territorio nazionale – come nell’Unione Sovietica – per tutti, con deroghe solo a chi potrà dimostrare di avere una buona ragione – che ovviamente contribuisca alla crescita del PIL – di spostarsi, oppure magari una tassa di ingresso e/o di soggiorno in ogni città – non solo, come forse potrebbe anche essere giusto, per le auto – ma anche per i non residenti. E per gli altri alcune delle perle del perfetto (secondo alcuni studiosi) ma fascistissimo codice Rocco, ancora vigente: fogli di via, obbligo di firma, magari dopo un paio di notti e un bel po’ di sberle in qualche tranquilla camera di sicurezza.
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